17 ottobre 2011 | Cinema

Questioni di Cover

This-Must-Be-The-gall1Sarà stata l’impazienza di impattarsi con uno dei più importanti registi italiani contemporanei alle prese con un film in lingua inglese, la curiosità di vederlo dirigere attori del calibro di Sean Penn e Frances McDormand o la pressante campagna mediatica che fin da Cannes ci ha infarcito il dessert quando ancora eravamo all’antipasto. Saranno state tutte queste attese, ma, a fine corsa, la prima sensazione a caldo è che This must be the place non è un film che esalta.

Prima di essere accusati di lesa maestà è giusto premettere che sempre di un film di Paolo Sorrentino stiamo parlando. E gli estimatori del regista napoletano avranno pane per i loro denti. Le precisioni stilistiche, i virtuosismi dei dolly, l’eleganza di movimenti a scendere, i grandangoli che dilatano e, last but non least, la fotografia semplicemente meravigliosa di Luca Bigazzi non possono che farsi contemplare ed ammirare. E l'”immagine” che ci parla fin da subito, fin dai quei primissimi panorami irlandesi destinati a lasciare spazio ai deserti dello Utah americano e da tutta quella leggerezza della macchina da presa che ci avvolge come in un videoclip musicale. Fin qui, come si suol dire, tutto bene. Sorrentino lavora da grande regista, e gioca su una giostra che ormai è rodata da anni ma che stavolta gira su un Luna Park gigantesco, quello delle distanze over-size della provincia americana dove tutto è possibile. Se poi aggiungiamo la geniale (in quanto proprio approssimativa e macchiettistica) interpretazione di Sean Penn nei panni di una sorta di Robert Smith decadente e stordito il risultato diventa ancora più intrigante.

Tutto questo funziona per metà film. Grazie anche a un approccio da commedia grottesca che fa capolino ogni tanto e che viaggia su un umorismo da non-sense ricordando perfino un certo cinema di Jim Jarmush. E’ nella seconda metà, quando il road movie entra in carreggiata e si viaggia alla ricerca del criminale nazista, che incominciano a fioccare i problemi. I movimenti pindarici della macchina da presa, l'”estetica per l’estetica” non ci bastano più. Capiamo che la storia inizia ad avere troppo debiti con lo sguardo sornione di Sorrentino. E che l’intreccio narrativo chiede aiuto. Intuiamo che l’indiano che sale nell’auto di Cheyenne-Penn e ci scende poco dopo per perdersi in una sterminata pianura è un inserto virtuoso tanto irresistibile quanto inutile. E alla fine realizziamo che proprio l’insistere di Sorrentino su una moltitudine di strati stilistici fa perdere quota al film, lo frammenta in tanti (e piacevolissimi, certo) clip visivo-musicali che segnano la fine dell’unicum narrativo. Chiariamo: la solidità dell’immaginario filmico che ci aveva fatto innamorare de Le conseguenze dell’amore o de Il Divo non aveva niente da invidiare alla composizione estetica di This must be the place. Ma le immagini, oltre che stilisticamente perfette, in quei film avevano appunto delle dimensioni psicologiche, meno vie di fuga, non si limitavano a suggerire un’atmosfera, ma entravano fin dentro la diegesi: erano parte integrante del discorso. In This must be the place invece lo sguardo di Sorrentino, o per ambizione o per pigrizia, sembra sfuggire ai confini del plot, che si dilata tanto quanto le immagini e che lentamente (forse troppo lentamente) si risolve in un finale dal sapore posticcio, artificioso, vanitoso al limite della tolleranza.

Dunque non dovremmo scandalizzare nessuno nel dire che This must be the place, nonostante resti un film da vedere da godere, non è il miglior lavoro autoriale di Paolo Sorrentino. E’ forse invece il suo miglior prodotto da regista, nella sua capacità di piegare a proprio vantaggio il lavoro eccelso di Luca Bigazzi e le invenzioni recitative di Sean Penn. E diventerà, ne siamo certi di questo, anche il suo biglietto da visita per un futuro da professionista dall’altra parte dell’oceano. Ma, per dirla con una scena del film, This must be the place ha tutte le sembianze di una bella Cover degli Arcade Fire quando noi invece ci aspettavamo l’originale dei Talkin Heads.

Originariamente pubblicato permixtape

  1. Ottima recensione (ma questa non è una novità).
    Condivido in pieno. Ieri, dopo averlo visto, avevo proprio queste sensazioni ma non sarei mai riuscito ad esprimerle così bene…
    Danke Quer Denker

  2. aggiungo alla nostra conversazione frammentata quà e là che hai colto proprio l’incapacità dei “quadri” a farsi mosaico. tornando al jim jarmush che citi, secondo me broken flowers invece riusciva a essere coerente nella composizione.