
Secondo è necessario fare un po’ di chiarezza, anche rischiando di apparire impopolari.
1) Non riesco proprio a capire il clamore scatenatosi attorno alla chiusura di Megaupload: gli utenti della rete inviperiti, i giornalisti che ne scrivono più o meno approssimativamente (oggi Piccinini su Il Manifesto, le spara grosse), la reazione spropositata di Anonymous decide la più grande rappresaglia digitale di tutti i tempi. Soprattutto non riesco a capire il tentativo di considerare Megaupload/Megavideo un baluardo della Rete libera e democratica. Chi bazzica la rete da un po’ di tempo sa che Megaupload aveva i giorni contati. Per tante ragioni, non ultima quella di lucrare in modo eccessivo sui contenuti video (e soprattutto usare quegli stessi soldi per finanziare la pirateria). Chi bazzica la rete da un po’ sa anche che il simpatico Kim Schmitz, dipinto ingenuamente come una sorta di “matrixiano” Neo in sovrappeso, è tutt’altro che un libertario digitale che lotta per una Rete migliore. E’ piuttosto un gran furbone che con qualche idea al limite della legalità si è costruito un impero di case, macchine, belle donne (vi ricorda qualcuno? A me si) e che ha sottratto per il suo piccolo impero il 4% della banda che usa l’intero World Wide Web del pianeta terra. La sua era un’autocrazia digitale bella e buona, ed è giusto dirlo: Megavideo non era solo un’anomalia, ma era un impero lucroso fondato su un’anomalia. I siti-copia di Megaupload (e ce ne sono tanti in giro), sono anch’essi delle anomalie “tollerate”, ma non rischiano la stessa sorte. Per non parlare di Torrent. So stay positive.
2) Ora, noi siamo un popolo buffo, noi della rete intendo. Perché con il tempo abbiamo pensato che la Rete fosse diventata un territorio franco, un mondo altro da quello reale, con tutte le regole (o non-regole) di una legislazione speciale. Abbiamo pensato che la rete fosse un bus dove non passa mai il controllore. Perché fare il biglietto? Poteva essere così agli arbori del Web, quando sul bus eravamo veramente in pochi. Ma quando le connessioni virtuali tendono ad esplodere, e il bus incomincia a riempirsi, beh diventa tutto un altro discorso. Abbiamo iniziato ad usare Megaupload pensando che fosse un diritto inalienabile quando invece era (e lo sapevamo tutti) un’anomalia, un’eccezione, un lusso. Nonostante questo, con il tempo, ci siamo concessi questo lusso e lo abbiamo assorbito come fosse un diritto, non tanto perché aveva solide basi politiche o etiche, quanto perché ne facevamo uso. Perché era semplice, comodo e gratuito: per guardarsi l’ultimo film di Clooney bastavano due click e al massimo un riavvio del modem. Poi arriva l’FBI, chiude la giostra e ci scandalizziamo. Proprio come quando un comune cittadino smette di fare il biglietto per il bus perché tanto sa che non sale mai su il controllore. Quando invece sale (incredibile, ma può succedere) e ci becca senza biglietto, ecco che non ci sentiamo in colpa per non averlo fatto, ma invece, abituati a non farlo mai, ci arrabbiamo perché qualcuno ci ricorda il principio che niente è gratis. Confondiamo l’eccezione con l’abitudine di non pagare. Trasformiamo l’anomalia in un diritto. E quando questo presunto diritto ci viene tolto, ci sentiamo il dovere di scatenarci contro il controllore di turno. Badate bene: non si tratta di un discorso etico sulla pirateria. Su questo ognuno può pensarla come vuole. Si tratta invece di usare il buonsenso ed ammettere che questo “diritto”, scaricare o guardarsi gratis i film, semplicemente non esisteva. Nè tantomeno può esistere tanto clamore attorno alla chiusura di un’anomalia.
3) Pensare che quello che è successo a Megaupload sia collegato con il SOPA (che fra l’altro, è naufragato proprio oggi) è una vaccata, perché la libertà di espressione in rete qui non c’entra proprio niente. Pensare che quello che è successo sia stato suggerito dai BlockBusters in fallimento è ugualmente una vaccata, perché non c’è operazione dell’FBI che può cambiare le tendenze tecnologiche, che sono orientate sempre di più verso la fruizione digitale e immateriale dei contenuti multimediali. Pensare invece che quello che sia successo sia collegato alle pressioni di alcune Major è fin troppo ovvio ma non del tutto vero. Certo: a causa (non solo) di Megaupload, stiamo dando per scontato l’esistenza di un’industria cinematografica che continua a produrre film da svariati milioni di dollari senza che nessuno paghi per vederli, e tutto ciò è molto ingenuo. Ma non è questa la preoccupazione principale per le Major. Le vere minacce si chiamano NetFlix e Hulu, portali che consentono, a modici prezzi, lo streaming e l’on-demand di contenuti video legali e perfino originali. Qui da noi in Italia sono solo ancora un miraggio, ma nelle stesse ore in cui i G-Men chiudevano Megaupload, Netflix apriva in Inghilterra e in Irlanda, con grande dispiacere delle grandi case di distribuzione. La vera #primaguerradigitale si combatte su quel campo, e non sono gli smanettoni di Anonymous a farla, ma degli innovatori che si battono per la libera fruizione dei contenuti video in rete (pagando un biglietto, of course). E non solo: si battono anche per la produzione di contenuti video originali per il web, la vera spada di Damocle appesa sopra la testa delle Major di Hollywood. Pensare che invece fosse Megaupload la spina dorsale della spinta innovatrice del web è, oltre che molto ingenuo, anche un po’ ridicolo.



