L’arte di vincere (e di governare)

 

Ci sono svariate ragioni per cui è necessario andare a vedere al cinema Moneyball – L’arte di vincere. Una, prettamente cinematografica, è perché è un bel film, scritto in modo assolutamente perfetto da Aaron Sorkin e recitato (nonché prodotto) da un Brad Pitt inusualmente simpatico. Un film che racconta un vero miracolo sportivo, quello della squadra di baseball degli Oakland Athletics che durante la stagione 2002 vinse venti partite consecutive stabilendo un nuovo record nazionale. Tutto qui? No. Perché un’altra ragione per andarselo a vedere, è che in realtà questo film non parla solo di Baseball ma di un sacco di altre cose. E’ una metafora avvincente del tecnicismo che prevale sull’istinto. Dei calcoli che hanno meglio sull’esperienza. E sul gioco di squadra che premia il risultato finale, senza “spargimento” inutile di soldi per i super-giocatori, quelli pagati miliardi e che tanto fanno felici i fan. L’immaginario collegabile a questa filosofia non si ferma al baseball o allo sport, ma, se ci pensate bene, è vastissimo.

Ad esempio, so di essere azzardato, eppure nell’occhialuto e quasi robotico Peter Brand che arriva a rivoluzionare ogni cosa attraverso la razionalità del computer, io ci vedo pure un novello Mario Monti. E il campionato degli Oakland Athletics quasi una metafora della fase economica e politica che stiamo vivendo qui da noi in Italia (ma in realtà un po’ dappertutto nel mondo). La necessità cioè di superare la crisi a colpi di austerità, con il consenso di tutte le parti sociali (la squadra) e grazie ai calcoli dei “tecnici” di governo. Perché per la prima volta ci ritroviamo a fare i conti con qualcosa che non può essere combattuto con l’esperienza della “politica classica” e un po’ spendacciona, ma serve invece una rivoluzione che sappia agire innanzitutto secondo ragione (chiamatela “tecnocrazia”, se preferite). E questo anche quando questa “rivoluzione tecnocratica” diventa scomoda, poco piacevole per lo status quo e le “regole del gioco” con le quali siamo scesi in campo fino ad adesso, confinati dei nostri interessi di parte o dentro trincee privilegiate delle categorie e delle conventicole di ogni sorta. L’arte di vincere in fondo è anche l’arte di governare, di vincere la crisi. E in ultima istanza, ci si può anche commuovere: come scappa a un Manager di Baseball che ha scelto la strada più dura (eppure giusta) per arrivare all’obbiettivo, la lacrimuccia può scappare anche a un ministro del lavoro qualunque. Dall’altra parte, “come si fa a non essere sentimentali” con la politica?

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>