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	<title>Querdenker</title>
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	<description>il blog di Daniele Lombardi</description>
	<lastBuildDate>Fri, 06 Apr 2012 17:17:50 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Vederci chiaro</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Apr 2012 17:15:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rete e dintorni]]></category>

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		<description><![CDATA[Qui il video del &#8220;Project Glass&#8221; (ha già fatto il giro del mondo): gli occhiali digitali di Google che permetteranno un giorno di integrare alla sola vista dei nostri occhi varie risorse della rete sociale. Questo che segue è invece &#8230; <a href="http://www.querdenker.it/vederci-chiaro/">Leggi tutto <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=EZOmlKoTkUA" target="_blank">Qui</a> il video del &#8220;Project Glass&#8221; (ha già fatto il giro del mondo): gli occhiali digitali di Google che permetteranno un giorno di integrare alla sola vista dei nostri occhi varie risorse della rete sociale. Questo che segue è invece lo stesso video, ma leggermente modificato da <a href="http://www.rebelliouspixels.com/" target="_blank">Jonathan McIntosh</a>, che afferma</p>
<blockquote><p>Google really is just a massive advertising company at heart.
</p></blockquote>
<p>Difficile dargli torto.</p>
<p><iframe width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/_mRF0rBXIeg?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>&#8220;Ma quindi sono stati gli anarchici?&#8221; Post di una strage e osservazioni sparse sul cinema civile</title>
		<link>http://www.querdenker.it/ma-quindi-sono-stati-gli-anarchici/</link>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 10:42:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinemando]]></category>
		<category><![CDATA[Politichese]]></category>

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		<description><![CDATA[Premessa: nel 2006 usciva questo sondaggio su Il Corriere della sera, dove si evidenziava la grande confusione degli studenti italiani riguardo alla vicenda storica di Piazza Fontana: Il 43% degli intervistati ritiene le Br responsabili della strage di Piazza Fontana Torniamo &#8230; <a href="http://www.querdenker.it/ma-quindi-sono-stati-gli-anarchici/">Leggi tutto <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2751" style="color: #333333; font-style: normal; line-height: 24px;" title="romanzo-di-una-strage" src="http://www.querdenker.it/wp-content/uploads/2012/04/romanzo-di-una-strage.jpg" alt="" width="640" height="427" /></p>
<p>Premessa: nel 2006 usciva <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2006/dicembre/13/Piazza_Fontana_sono_state_mafia_co_9_061213059.shtml" target="_blank">questo sondaggio</a> su Il Corriere della sera, dove si evidenziava la grande confusione degli studenti italiani riguardo alla vicenda storica di Piazza Fontana:</p>
<blockquote><p>Il 43% degli intervistati ritiene le Br responsabili della strage di Piazza Fontana</p></blockquote>
<p>Torniamo ad oggi. Venerdì sera ero in quarta fila nel mio Cinema preferito a guardare <em>Romanzo di una Strage</em> di Marco Tullio Giordana. C&#8217;erano un sacco di gente &#8220;anziana&#8221; se così si può definire, ma anche qualche sparuto gruppo di giovani. Venti anni o su di lì. Prima dell&#8217;inizio del film è uscito dalla cabina di proiezione un tipo trafelato che continuava a dire &#8220;c&#8217;è un guasto al proiettore, si parte in ritardo. Ma si parte&#8221; (in effetti essendo un film su Piazza Fontana non era affatto scontata la &#8220;partenza&#8221;). Finalmente, dopo mezz&#8217;ora di attesa, il proiettore ha funzionato.</p>
<p>Nel film c&#8217;era Mastandrea che interpretava il commissario Calabresi, il Pinelli recitato da Pierfrancesco Favino, Aldo Moro da Fabrizio Gifuni, tutti molti bravi. E qua e là spuntavano Saragat, Valpreda, Ventura, Delle Chiaie e perfino il principe Borghese. Per due ore buone il film ripercorre le tappe precedenti e successive alla strage di Piazza Fontana, compreso la caduta di Pinelli dal quarto piano della questura di Milano. Poi, verso il finale, in un dialogo fra Calabresi e un dirigente, viene ipotizzata una pista che individua quello che realmente è successo il 12 dicembre 1969: ovvero che la bomba alla Banca dell&#8217;Agricoltura sia stata messa due volte. Due bombe, una di matrice anarchica, l&#8217;altra, quella più potente, messa dai neofascisti coperti dai Servizi deviati.</p>
<p>A fine proiezione c&#8217;era un po&#8217; di sconcerto. In particolare il gruppo sparuto di giovani è passato vicino a me e non ho fatto a meno di percepire fra di loro una sorta di delusione collettiva: il film non era piaciuto affatto. Ma non solo, uno di loro ha &#8220;ammesso&#8221; di aver capito veramente poco di tutta la vicenda. Di non essere riuscito ad associare ai visi degli attori i personaggi storici di cui aveva sentito vagamente parlare (in effetti mancavano delle necessarie didascalie ai personaggi). E non gli era nemmeno chiaro chi fosse stato il colpevole di tutto. &#8220;Ma quindi sono stati gli anarchici?&#8221;. Un altro di loro ha cercato di spiegargli che no, probabilmente c&#8217;è stata la doppia bomba, la doppia valigia, il doppio taxi e via discorrendo. Gli anarchici si insomma, ma non erano i soli.</p>
<p>Ecco, io credo che tre (anzi, quattro) cose sia necessario dirle a proposito di questo film.</p>
<p>La prima è che non basta scegliere la strada giusta, ma è necessario imboccarla. Marco Tullio Giordana ha scelto il sentiero giusto, quello di un film su Piazza Fontana. Ma l&#8217;ha imboccato malissimo. Ha preferito avanzare una storia tralasciando l&#8217;importanza e l&#8217;enfasi del racconto, e non cogliendo la possibilità che il cinema ha di trasfigurarlo in qualcosa di accessibile a tutti. Perfino <a href="http://www.lettera43.it/attualita/giordana-vizio-ideologico_4367545637.htm" target="_blank">Armando Spataro</a>, che non è certo un cineasta, ieri ha colto questo punto, ricordando il fatto che un film come <em>Buongiorno, Notte</em> di Bellocchio, nella sua libertà narrativa è stato paradossalmente più capace di raccontare una realtà (quella del brigatismo) e di appassionare le giovani generazioni a quella vicenda rispetto a quello che è riuscito a fare <em>Romanzo di una Strage</em> su Piazza Fontana.</p>
<p>La seconda è che Tullio Giordana, nel privilegiare la storia rispetto al racconto, ha preferito alla verità storica su Piazza Fontana (che pure esiste ed è emersa da processi ed inchieste), una nuova verità ipotetica, una delle tante ma forse la più indecente, ispirata dal libro &#8220;I Segreti di Piazza Fontana&#8221; di Paolo Cucchiarelli (la doppia bomba, il doppio taxi, ect). Una sorta di fastidiosissimo tentativo di complicare nuovamente le cose, forse perché qualcuno è convinto che sia molto affascinante essere diabolicamente dietrologi e complottisti anche quando la verità assodata su quei fatti è molto più accessibile di quanto si possa immaginare. Ecco che quindi, 43 anni dopo, gli anarchici con la loro bombetta ritornano più o meno ad essere complici della Strage di Piazza Fontana.</p>
<p>La terza idea che mi sono fatto è che questo film è che rappresenta davvero un perfetto riflesso del meccanismo della memoria qui da noi in Italia. Una memoria ideologica, qualunque sia l&#8217;ideologia (non c&#8217;è solo comunismo e fascismo, anche le tesi del complotto sono un&#8217;ideologia). Una memoria che non riesce a liberarsi del proprio passato e rileggere con dovuta obiettività le vicende di quegli anni. Una memoria che tende, ogni volta se ne presenta l&#8217;occasione, di rinfocolare polemiche e contrapposizioni, di alimentare dubbi e nuove colpevolezze, di far precipitare tutto di nuovo all&#8217;indietro. Non a caso <em>Romanzo di una Strage</em> in questi giorni ha riacceso la polemica fra i protagonisti diretti o indiretti di quegli anni (Adriano Sofri e il suo <a href="http://www.43anni.it/" target="_blank">Istant-book</a>, <a href="http://www.corriere.it/cronache/12_marzo_25/calabresi-cazzullo_3e597db2-764d-11e1-a3d3-9215de971286.shtml" target="_blank">Mario Calabresi</a>, l&#8217;ex magistrato <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/01/dambrosio-su-quella-strage-c-una-verit-storica/201573/" target="_blank">d&#8217;Ambrosio</a>). E la dimostrazione che qualcosa è andato storto, che il film non ha elaborato la vicenda di Piazza Fontana riuscendo a filtrarla nelle non poche e importanti verità che sono emerse dai processi, ma ci fa fare uno, dieci, cento passi indietro e ci riporta a dibattiti che pensavamo ormai morti e sepolti da decenni. Questo non sarebbe niente, se la conseguenza non fosse l&#8217;esclusione totale dal dibattito su Piazza Fontana (come su ogni altra strage italiana) quelle nuove generazioni che fino a qualche anno fa pensavano fosse stata una strage ad opera delle Brigate Rosse e che oggi, dopo aver visto il film di Giordana, escono dal cinema ancora più confuse, con magari in testa questa idea un po&#8217; balzana della doppia bomba.</p>
<p>Infine, l&#8217;ultima osservazione: ogni generazione è padrona della storia che ha vissuto, ma alcune generazioni sono più brave a rielaborare quella stessa storia. Dopo aver visto <em>Romanzo di una Strage</em> ho pensato subito a <em>Non lavate questo sangue</em> di Daniele Vicari, visto al Festival di Berlino un paio di mesi fa (e che uscirà fra una decina di giorni anche in Italia). E&#8217; un film sulle vicende della scuola Diaz, e mi è venuto in mente perché è esattamente l&#8217;esempio opposto all&#8217;approccio di <em>Romanzo di una Strage</em>. Nel film di Vicari c&#8217;è la verità storica, c&#8217;è la fascinazione narrativa, c&#8217;è la riflessione etica. E&#8217; cinema civile all&#8217;ennesima potenza, che va oltre il documento o &#8220;il romanzo&#8221; (&#8220;I romanzi non bastano&#8221;, apre <a href="http://lettura.corriere.it/il-film-sulla-diaz-i-romanzi-non-bastano/">un articolo di Marco Imarisio su La lettura</a>). Un&#8217;opera insomma ben lontana dal cinema ideologico di <em>Romanzo di una Strage</em>. Ecco perché dico che forse le nuove generazioni sono più capaci di rielaborare la loro storia passata molto più di quanto lo sono i loro genitori. Dunque, chissà: magari quando un giovane regista riuscirà a mettere le mani sul passato dei suoi padri, senza sentirsene il padrone esclusivo come hanno fatto loro, forse riusciremo a vedere un buon film anche sulla strage di Piazza Fontana. Anche dovessero passare altri 43 anni.</p>
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		<title>Non sparate sul governo. Su Monti e il &#8220;consenso popolare&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Mar 2012 14:18:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politichese]]></category>

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		<description><![CDATA[Nell&#8217;italico sconquasso seguito alla Riforma del lavoro, ma più in generale sull&#8217;azione tecnica del governo Monti, si sta insinuando un dubbio fra molti osservatori sulla legittimità politica dell&#8217;esecutivo. Ieri perfino Gian Enrico Rusconi su La Stampa parla di una certa confusione &#8230; <a href="http://www.querdenker.it/non-sparate-sul-governo-su-monti-e-il-consenso-popolare/">Leggi tutto <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft  wp-image-2708" title="Via-al-Consiglio-dei-ministri-che-riforma-il-lavoro-anche-l-articolo-18" src="http://www.querdenker.it/wp-content/uploads/2012/03/Via-al-Consiglio-dei-ministri-che-riforma-il-lavoro-anche-l-articolo-18.jpg" alt="" width="344" height="229" />Nell&#8217;italico sconquasso seguito alla Riforma del lavoro, ma più in generale sull&#8217;azione tecnica del governo Monti, si sta insinuando un dubbio fra molti osservatori sulla legittimità politica dell&#8217;esecutivo. Ieri perfino <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=9915&amp;ID_sezione=29" target="_blank">Gian Enrico Rusconi su La Stampa</a> parla di una certa confusione fra la natura &#8220;tecnica&#8221; e &#8220;politica&#8221; del Governo Monti, facendo l&#8217;occhiolino alle posizioni più qualunquiste ed acerbe che gridano ormai da mesi alla dittatura tecnocratica e all&#8217;assenza di un consenso popolare alle riforme. Può anche essere così. Ovvero, è probabile che la supplenza del maestro in classe sia diventata più fastidiosa del previsto. E se pure il Preside della scuola (Napolitano), abdica al suo ruolo super-partes, scendendo in campo al fianco del maestro severo, ecco che la classe si ribella, spintona, urla e pretende il rispetto del &#8220;consenso&#8221;.</p>
<p>Dunque, vogliamo parlare di consenso? Parliamone, senza prenderci in giro però. Perché se di consenso (e di democrazia) vogliamo parlare, dobbiamo innanzitutto iniziare a farlo esaminando la situazione di parlamento, svuotato da qualche anno dal consenso popolare proprio da quei partiti che oggi fanno la voce grossa ricordando a tutti il loro ruolo di rappresentanti del popolo e via discorrendo. E ancora, parlando del consenso, dovremmo ricordare come proprio inseguendo il consenso degli italiani (o meglio dire, il silenzio-assenso delle piccole e grandi caste sociali) quella stessa classe politica non abbia mosso un dito in quasi 20 anni di storia della Seconda Repubblica, condannando il paese all&#8217;immobilismo più totale e costringendo adesso i &#8220;tecnici&#8221; a fare il lavoro sporco, quello severo e impopolare, di salvare baracca e burattini. Parliamo del consenso più recente, quello tradito da <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2012/marzo/23/Palermo_Orlando_scende_campo_corre_co_8_120323007.shtml" target="_blank">Leoluca Orlando alle Primarie di Palermo</a> (ma anche quello minacciato dal <a href="http://www.corriere.it/politica/12_marzo_24/alfano-sospende-pdl-veronesi_8f1b7eb2-75b2-11e1-88c1-0f83f37f268b.shtml" target="_blank">PDL a Verona</a>), scoprendo che magari questo fantomatico consenso popolare è il primo valore a non essere rispettato dai politici stessi perfino nella loro base elettorale.</p>
<p>Beninteso: l&#8217;avanguardia illuminata dei super manager e dei sepolcri bocconiani non piace a nessuno. Ma per ristabilire il consenso popolare non basta toglierlo a qualcuno, ma è invece necessario costruirlo dal basso, restituendo lo strumento di rappresentanza ai cittadini. Il problema è che il fondamentale strumento rappresentativo, i partiti e la classe politica, non sembrano oggi in grado di gestirlo questo amato consenso, nonostante lo reclamino ogni giorno. Dall&#8217;altra parte non c&#8217;è niente di più &#8220;popolare&#8221; di accusare di mancato consenso democratico qualcuno, chiunque esso sia: così, dai bar sotto casa fino alle colonne dei principali quotidiani italiani, si istiga a &#8220;sparare sul governo&#8221; come un nuovo nuovo sport nazionale, senza cogliere il fatto che il problema del &#8220;consenso popolare&#8221; rimarrà anche dopo questo esecutivo, che, come ogni cosa non sarà eterno (come non lo è <a href="http://www.repubblica.it/politica/2012/03/24/news/napolitano_non_mi_ricandido_dal_2013_sar_privato_cittadino-32124502/" target="_blank">il mandato di Napolitano</a>). Con la sola differenza che dopo niente ci salverà dal rischio concreto di fare più danni a noi stessi. Perché, come abbiamo imparato dal berlusconismo, peggio dell&#8217;assenza di consenso c&#8217;è ancora qualcosa: la sua pericolosa manipolazione.</p>
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		<title>La rimediazione, questa sconosciuta (su Michele Serra, televisione e Twitter)</title>
		<link>http://www.querdenker.it/la-rimediazione-questa-sconosciuta-su-michele-serra-televisione-e-twitter/</link>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2012 11:29:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rete e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Televisione ed altri soprammobili inutili]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;è qualche piccola verità nel corsivo di stamattina di Michele Serra su Twitter, ma anche un grosso abbaglio, che le vanifica tutte. Queste piccole verità Serra le scrive quando mostra di aver colto l&#8217;uso sloganistico dei 140 caratteri da parte &#8230; <a href="http://www.querdenker.it/la-rimediazione-questa-sconosciuta-su-michele-serra-televisione-e-twitter/">Leggi tutto <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="wp-image-2698 alignleft" title="serra" src="http://www.querdenker.it/wp-content/uploads/2012/03/serra.png" alt="" width="294" height="283" />C&#8217;è qualche piccola verità nel corsivo di stamattina di Michele Serra su Twitter, ma anche un grosso abbaglio, che le vanifica tutte. Queste piccole verità Serra le scrive quando mostra di aver colto l&#8217;uso sloganistico dei 140 caratteri da parte di molti utenti di Twitter nel commentare alcune vicende televisive. Ne avevo scritto anche io parlando dei #fail di Twitter alla<a href="http://www.querdenker.it/le-colpe-di-report-e-le-colpe-della-rete/" target="_blank"> puntata di Report sulla rete</a> di qualche tempo fa e oggi lo scrive bene <a href="http://tigella.altervista.org/michele-serra-e-twitter/" target="_blank">Tigella nel suo blog</a> riprendendo il discorso di Michele Serra:</p>
<blockquote><p>Da noi la social tv ha preso da tempo la piega del bar di paese in cui la visione condivisa non serve a creare momenti di dialogo, stimolo e apertura a partire dai temi di cui si discute in tv. Piuttosto, si commentano le cravatte, le acconciature, gli errori di pronuncia…</p></blockquote>
<p>Poi, dicevamo, c&#8217;è però un grosso abbaglio nell&#8217;amaca di Serra. Ovvero il pensare che queste caratteristiche della comunicazione sociale via Twitter siano intrinseche al mezzo stesso, tanto che Serra si pronuncia con una frase tanto lapidaria come i tweets che ha criticato: &#8220;Twitter mi fa schifo&#8221;.</p>
<p>In realtà quando parliamo di Social TV, della capacità cioè di far interagire due medium, di contaminare e mixare due audience, non parliamo solo di come Twitter influenza la televisione, ma anche viceversa: di come la televisione si prende la propria rivincita sulla Rete. E questa rivincita passa attraverso il riflesso dell&#8217;approccio televisivo nei 140 caratteri di Twitter: eccoli serviti gli slogan, le frasi fatte, i giudizi lapidari, la polarizzazione, e via discorrendo.</p>
<p>Ma questo accadrebbe anche se un gruppo limitato di persone, isolate dal mondo, si ritrovasse a guardare un qualsiasi brutto programma televisivo in un qualsiasi salotto italiano. Fra di loro, irrimediabilmente, scapperebbe la rosicata, il giudizio sull&#8217;abito ridicolo, sui capelli pettinati male, sull&#8217;effimero a cui si assiste. Basterebbe che uno degli astanti decidesse di farlo, che a ruota lo farebbero tutti gli altri. Lo &#8220;slogan eccitato&#8221; scapperebbe anche a Michele Serra scommetto, solo che questa sua esternazione resterebbe lì dov&#8217;è, senza essere condivisa con il mondo intero.</p>
<p>Dunque cosa c&#8217;entra Twitter in tutto ciò? Niente. C&#8217;entra semmai il modo con cui troppo facilmente un mezzo come Twitter viene spesso fagocitato dall&#8217;oblio televisivo. E&#8217; la rivincita della televisione di cui parlavo sopra, e più precisamente riguarda quel concetto di Jay David Bolter vecchio come mio nonno ma sempre valido: quello di <em>remedation</em>, o rimediazione: “il contenuto di un medium è sempre un altro medium”. In questa rimediazione della visione televisiva in rete, alcune caratteristiche del vecchio medium filtrano nel nuovo, senza renderlo subalterno ma influenzandolo pesantemente. Quando Serra parla di mancanza di sfumatura nei commenti televisivi via Twitter, la colpa non è di Twitter, ma di ciò che stiamo guardando in TV. E&#8217; in primis la visione televisiva che induce alla semplificazione e polarizzazione, che offre il fianco allo slogan secco, sprezzante, poco riflessivo, spesso per niente costruttivo. Twitter non fa altro che incamerare tutto ciò e al massimo lo amplifica. Ma non alimenta certo un circuito che già esiste ed esisterebbe comunque anche senza la sua &#8220;rimediazione&#8221; in Rete.</p>
<p>Dall&#8217;altra parte Twitter non dovrebbe semplificare le cose come invece scrive Michele Serra: semmai cerca di cogliere l&#8217;essenziale, senza perdersi in fiumane di concetti e parole. Ma se l&#8217;essenziale di un cattivo modo di fare televisione è proprio la semplificazione e la volgarità che produce, che colpa ne ha Twitter?</p>
<p>Eppure, ed questo la vera mancanza nel corsivo di Michele Serra, nell&#8217;epoca in cui televisione e Rete fanno a cazzotti per l&#8217;egemonia mediale, non c&#8217;è solo l&#8217;influenza della televisione su Twitter. C&#8217;è anche la capacità di Twitter di influenzare la televisione, di rivoluzionare una visione nata come individuale e passiva in visione collettiva ed interattiva. Di scardinare un medium, quello televisivo, che Pasolini etichettava come &#8220;antidemocratico&#8221; perché parlava dall&#8217;alto verso il basso, senza concedere la parola agli spettatori.</p>
<p>Ecco, forse questo è un aspetto decisamente più importante, un dibattito ancora aperto, un potenziale della Rete usato solo a una sua minima percentuale. Non coglierlo significa tante cose, ma sopra tutte le altre una in particolare: precluderci un futuro fatto da una televisione migliore.</p>
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		<title>Io non mi sento italiano. Ma per fortuna alla berlinale lo ero</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 18:59:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinemando]]></category>

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		<description><![CDATA[Non è facile descrivere la sensazione nell&#8217;aver visto Cesare deve morire dei fratelli Taviani a Berlino, premiato ieri con l&#8217;Orso d&#8217;Oro. Non solo averlo visto, ma averlo assoporato minuto dopo minuto in una platea internazionale, aver percepito gli sguardi dei &#8230; <a href="http://www.querdenker.it/io-non-mi-sento-italiano-ma-per-fortuna-alla-berlinale-lo-ero/">Leggi tutto <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2681" title="Cesare" src="http://www.querdenker.it/wp-content/uploads/2012/02/Cesare-260x368.jpg" alt="" width="260" height="368" />Non è facile descrivere la sensazione nell&#8217;aver visto <em>Cesare deve morire</em> dei fratelli Taviani a Berlino, premiato ieri con l&#8217;Orso d&#8217;Oro. Non solo averlo visto, ma averlo assoporato minuto dopo minuto in una platea internazionale, aver percepito gli sguardi dei tedeschi, francesi e spagnoli seduti intorno a me e ipnotizzati da una lezione altissima di cinema come non si vedeva da tempo. Sarebbe fin troppo facile dire che sono stato un fortunato testimone della riscossa di un&#8217;altra Italia, quella così lontana dal baraccone sanremese e dai capitani che fuggono dalle navi che stanno affondando. Eppure, ne sono consapevole, è stato proprio così.</p>
<p>Il film è un docu-fiction in un bianco e nero d&#8217;altri tempi ambientato nel carcere di massima sicurezza di Rebibbia e interpretato da detenuti che per l&#8217;occasione diventano attori e recitano il &#8220;Giulo Cesare&#8221; di Shakespeare. I loro non sono i visi puliti ed attraenti degli attori belli e maledetti di <em>Romanzo Criminale</em>. Gli attori del Cesare dei Taviani sono solo maledetti. Gli sguardi sono truci, scavati, vissuti da i tanti errori commessi nella loro vita. Sono stati mafiosi, camorristi, trafficanti di droga, assassini. Alcuni di loro sono sotto il 41 bis, istituzione intoccabile anche per i benpensanti di sinistra, quelli che hanno fatto di Saviano il loro nuovo predicatore quotidiano. Sono dunque in qualche modo figli di quell&#8217;Italia degli errori (ed orrori) che però ritrovano una nuova vita nell&#8217;arte, in un dramma shakesperiano che riflette interamente la loro condizione di pedine in mano al potere criminale e mafioso. Sono quelli che grazie all&#8217;occasione di raccontare attraverso il cinema la storia di Giulio Cesare, hanno capito che la loro cella è una prigione.</p>
<p>Dopotutto, e questo l&#8217;ho capito, noi Italiani non siamo capaci di nasconderci dietro immagini eroiche, senza macchia, pure e caste. Cadiamo nel ridicolo quando cerchiamo di farlo. Non siamo credibili. Piuttosto ci innalziamo quando parliamo di quante cose meravigliose possono nascere dai nostri errori (e ne facciamo tanti). Ecco, <em>Cesare deve morire</em>, in fondo sintetizza bene questo aspetto. Perché oltre ad essere un film che costruisce un affresco incredibile nel crocevia fra cinema neorealista, teatro e vita, è un&#8217;opera che parla anche di un&#8217;Italia profonda, sotterranea, capace di commuovere per la propria impurità e per la propria imperfezione.</p>
<p>Forse è proprio così. In un momento storico in cui il nostro paese tenta di liberarsi da un&#8217;immagine internazionale disastrosa è necessario ripartire a raccontarlo nel profondo, anche quello scomodo, delle carceri italiane, come fosse un pasoliniano &#8220;paese dentro il paese&#8221;. E forse, come c&#8217;era riuscito Pietro Marcello con <em>La Bocca del lupo</em>, anche i fratelli Taviani hanno capito che il cinema italiano si innalza solo dai bassifondi, dalle realtà invisibili, dagli ultimi della società. Dall&#8217;altra parte, Sandro Pertini, che gli italiani li conosceva bene, diceva spesso ad alcuni politici dell&#8217;epoca</p>
<p>&#8220;<em>non disprezzate i galeotti, perché tra loro c’è sicuramente qualcuno migliore di voi</em>&#8221;</p>
<p>Ecco, io non so se i detenuti di <em>Cesare deve morire</em>, sono migliori di tanti altri italiani. Se sono migliori di Schettino, se sono migliori di Morandi e Celentano, se sono migliori di Travaglio e Santoro. Ma so che grazie a loro, per la prima volta, mi sono sentito felice di appartenere ad un popolo così tanto imperfetto quanto capace di cose meravigliose. Come questo film.</p>
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		<title>La Gallina rifiuta la gabbia, ma anche l&#8217;aperta campagna: ecco perché Volunia non mi convince</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 20:54:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rete e dintorni]]></category>

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		<description><![CDATA[Con tutti i &#8220;però&#8221; del caso (anche perché molti, compreso me, aspettano ancora di provarlo), Volunia, il nuovo motore di ricerca tutto italiano presentato oggi in una pittoresca aula-conferenza dell&#8217;Università di Padova (e in diretta streaming in anteprima &#8220;mondiale&#8221;) non &#8230; <a href="http://www.querdenker.it/perche-volunia-non-mi-convince/">Leggi tutto <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2687" title="9754-massimo-marchiori-ideatore-di-volunia" src="http://www.querdenker.it/wp-content/uploads/2012/02/9754-massimo-marchiori-ideatore-di-volunia-260x325.jpg" alt="" width="260" height="325" />Con tutti i &#8220;però&#8221; del caso (anche perché molti, compreso me, aspettano ancora di provarlo), <a href="http://launch.volunia.com/" target="_blank">Volunia</a>, il nuovo motore di ricerca tutto italiano presentato oggi in una pittoresca aula-conferenza dell&#8217;Università di Padova (e in diretta streaming in anteprima &#8220;mondiale&#8221;) non sembra aver convinto i più scettici della vigilia, né aver entusiasmato oltremodo i nazional-ottimisti. Io ero fra i primi. E nonostante covassi (proprio come una &#8220;gallina&#8221;) la segreta speranza di essere smentito dalla presentazione di stamane, qualche segnale (di forma e di contenuto) ha invece confermato alcuni miei dubbi sulla reale necessità di una simile applicazione web. Andiamo con ordine.</p>
<p>1) La presentazione, diciamo, è stata un mezzo disastro. Il ritardo di venti minuti, il proiettore collegato a Power Point che non funzionava (un classico), Marchiori che prendeva tempo fra gnocchi fritti, Santi e Patroni, la similitudine (anche significativa) fra Galline ed utenti web su cui si è insistito forse fin troppo. E&#8217; emerso un affresco organizzativo tutto &#8220;italiano&#8221;, che mi ha fatto pure tenerezza. Ma se si ha la pretesa, la stessa avanzata da Marchiori, di presentare una start-up tradotta in sedici lingue con l&#8217;ambizione di farsi carico di un traffico mondiale (e già si punta in alto) beh, bisognerebbe anche fare più attenzione a queste mere questioni di forma.</p>
<p>2) La forma non si limita alla presentazione. Include anche il primo impatto con l&#8217;home page di Volunia, e con le prime schermate che viaggiano in rete degli utenti che sono riusciti già ad usare la piattaforma. Non sono immagini accattivanti. L&#8217;approssimazione grafica, l&#8217;uso grossolano dei font, la coordinazione un po&#8217; ingombrante dei colori, sono elementi che scoraggiano chi un pochetto conosce la fluidità, il minimalismo e l&#8217;eleganza grafica delle nuove piattaforme web. Ecco, qui si tratta di ammettere quel fastidioso vizio tutto accademico per cui se un&#8217;idea è interessante, la rappresentazione visuale ed emozionale di quell&#8217;idea è un elemento che va in secondo piano rispetto alla sua funzionalità. Può sembrare davvero un fatto secondario, ma non lo è. Perché proprio in quei casi dove l&#8217;idea è potenzialmente rivoluzionaria o potenzialmente fallimentare (e sicuramente quella di Volunia si pone proprio in questo &#8220;mezzo&#8221;) un immaginario visuale accattivante ed accogliente fa la differenza. Il vestito fa il monaco, e Volunia non appare ben vestito.</p>
<p>3) Lasciandoci indietro la forma, parliamo di sostanza. Volunia concentra tutto il suo concept nella sfida di creare connessioni sociali (forum e chat) fra gli utenti che visitano le stesse pagine web. E&#8217; la vera novità ed è la scommessa di Marchiori: trasformare la normale navigazione in Rete che (più o meno) anonimamente intraprendiamo ogni giorno in un&#8217;esperienza sociale dove incontrare utenti che visitano lo stessa pagina web assieme a noi. Tutte le previsioni che si possono fare sul successo o meno di Volunia, dipendono proprio da come il web può intercettare questo interesse. La sentiamo davvero come una cosa necessaria? Ma soprattutto, come si naviga oggi in Rete?</p>
<p>Su Twitter l&#8217;ho già segnalato, ma lo rifaccio qui: proprio sabato scorso Evgeny Morozov sul New York Times <a href="http://www.nytimes.com/2012/02/05/opinion/sunday/the-death-of-the-cyberflaneur.html?pagewanted=1&amp;_r=2" target="_blank">decreta la fine del Cyberflâneur</a>. Il flâneur era per Walter Benjamin il prototipo dell&#8217;uomo generato dalla rivoluzione industriale, che passeggiando per la propria città, era in continua ricerca delle metamorfosi urbanistiche della Parigi di fine &#8217;800. Con gli studi sui Nuovi Media, il concetto di <em>flâneur</em>, è stato accostato quello del primo utente web. Il turista che &#8220;esplora&#8221; la rete in lungo e in largo, attratto dalla rapidità con cui è possibile spostarsi da un &#8220;posto&#8221; all&#8217;altro. Morozov riprende questo concetto e lo ritiene ormai superato dall&#8217;attuale approccio degli utenti alla Rete:</p>
<blockquote><p>Something similar has happened to the Internet. Transcending its original playful identity, it’s no longer a place for strolling — it’s a place for getting things done. Hardly anyone “surfs” the Web anymore. The popularity of the “app paradigm,” whereby dedicated mobile and tablet applications help us accomplish what we want without ever opening the browser or visiting the rest of the Internet, has made cyberflânerie less likely. That so much of today’s online activity revolves around shopping — for virtual presents, for virtual pets, for virtual presents for virtual pets — hasn’t helped either. Strolling through Groupon isn’t as much fun as strolling through an arcade, online or off.</p></blockquote>
<blockquote><p>[...]</p></blockquote>
<blockquote><p>Meanwhile, Google, in its quest to organize all of the world’s information, is making it unnecessary to visit individual Web sites in much the same way that the Sears catalog made it unnecessary to visit physical stores several generations earlier. Google’s latest grand ambition is to answer our questions — about the weather, currency exchange rates, yesterday’s game — all by itself, without having us visit any other sites at all. Just plug in a question to the Google homepage, and your answer comes up at the top of the search results.</p></blockquote>
<blockquote><p>Whether such shortcuts harm competition in the search industry (as Google’s competitors allege) is beside the point; anyone who imagines information-seeking in such purely instrumental terms, viewing the Internet as little more than a giant Q &amp; A machine, is unlikely to construct digital spaces hospitable to cyberflânerie.</p></blockquote>
<p>E se ci pensiamo bene, è proprio così. Si naviga meno, si esplora ancora di meno e navigando si è così veloci che saltiamo da un link all&#8217;altro, senza fermarci un secondo. La pagine dei risultati dei motori di ricerca diventano sempre più profilate, i motori di ricerca stessi (Google) sanno che la sfida del futuro non si gioca più su massimizzare l&#8217;offerta della navigazione, ma di limitarla, di selezionarla sulla base dell&#8217;autorevolezza delle fonti e degli interessi degli utenti.</p>
<p>E&#8217; un po&#8217; la sindrome del Novecento di Baricco: alla vista di un mare ormai infinito di informazioni, si smette di essere avventurieri in rete, ma si preferisce restare sulla propria nave con la sicurezza di interagire con un piccolo ma significativo numero di utenti, di fonti da assorbire, di &#8220;lidi&#8221; dove approdare. Con i Social che fungono da vero veicolo, aggregatore di contatti, bussola d&#8217;orientamento. Volunia, mi pare invece che scommetti tutto sulla potenzialità di una navigazione come veicolo di connessione, senza tenere conto che l&#8217;epoca del <em>flâneur</em> non solo è morta e conclusa, ma la stessa velocità di navigazione diventa sempre più compulsivamente veloce, un mordi e fuggi che non può lasciare scampo a nessuna riflessione sul proprio ruolo di navigatore, e nemmeno può lasciare spazio a un&#8217;eventuale socialità. Sulla base di cosa inoltre? Del fatto che Tizio e Caio stiano visitando una stessa pagina, ma con diverse ragioni? Gli interrogativi si moltiplicano. Ecco, paradossalmente, parafrasando Marchiori, la gallina rifiuta si la gabbia, ma perfino l&#8217;aperta campagna. Forse cerca soltanto un pollaio più comodo, ma nemmeno troppo affollato.</p>
<p>Detto questo, mi auguro, sempre di più, di sbagliarmi. Non tanto perché Volunia è tutta italiana e dunque &#8220;viva-l&#8217;italia-sempre-e-comunque&#8221;, quanto piuttosto perché esperimenti come quelli di Volunia sono necessari. Anche nel loro eventuale fallimento, possono insegnarci la filosofia del rischio nell&#8217;innovazione tecnologica. La cui mancanza è il principale freno di tante, tantissime idee rivoluzionarie. Che poi Volunia possa essere una di queste idee, ce lo dirà solo il futuro prossimo.</p>
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		<title>Sulla monotonia del posto fisso</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 11:09:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politichese]]></category>

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		<description><![CDATA[Apparentemente viviamo in un paese stranissimo. Appena quarant&#8217;anni fa, alcuni giovani (in realtà molti di più di quelli che si pensa) si ribellavano all&#8217;orizzonte del posto fisso e al destino che era toccato ai loro padri. Parlavano di fine del &#8230; <a href="http://www.querdenker.it/sulla-monotonia-dei-posti-fissi/">Leggi tutto <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Apparentemente viviamo in un paese stranissimo. Appena quarant&#8217;anni fa, alcuni giovani (in realtà molti di più di quelli che si pensa) si ribellavano all&#8217;orizzonte del posto fisso e al destino che era toccato ai loro padri. Parlavano di fine del lavoro, di precariato volontario, del posto fisso in fabbrica o in banca come prigione della creatività. Non era una rivolta generazionale, piuttosto una presa di coscienza che i tempi stavano cambiando e, se non loro, almeno i loro figli avrebbero avuto la possibilità di avere il coltello dalla parte del manico: avrebbero cioè potuto vivere senza &#8220;lavorare&#8221;. Lavorare da un punto di vista produttivo, beninteso, non senza creare o inventare, ed essere pagati per farlo, ma liberandosi del pesante fardello di sacrificare una vita a un lavoro estraneo a quella vita stessa.</p>
<p>Oggi, i loro figli, quelli che avrebbero dovuto avere il coltello dalla parte del manico, covano invece senza pudore il desiderio del posto fisso e di fare un lavoro che servi giusto a vivere bene e farsi una famiglia. Se provi a parlare di lavoro come realizzazione delle proprie passioni, anche sacrificando la stabilità del posto fisso, beh ti guardano tutti come un cretino, se va bene, o come un reazionario se questo discorso provi a farlo anche a sinistra, lì dove l&#8217;etica del lavoro e del posto fisso (magari statale, eh) non è mai morta. Ecco perché questo può apparire un paese strano e paradossale: sembra che (alcuni, tanti) giovani siano diventati più vecchi, culturalmente, dei loro padri. O almeno sembrano covare gli stessi obbiettivi sociali dei loro nonni.</p>
<p>A parte questa osservazione, credo che sarebbe necessario andare oltre tanta retorica giovanilistica (che non è mi è mai piaciuta) e oltre un&#8217;etica del lavoro che santifica il posto fisso (che pure non è mi è mai piaciuta), per leggere con la dovuta onestà intellettuale le parole di Monti sul posto fisso. E magari scoprire che il problema del mercato del lavoro in Italia non è tanto la mancanza del posto fisso (o mobile che sia), ma piuttosto la mancanza di meritocrazia e di opportunità per i più giovani. Ieri <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/02/posto-fisso-monti-ragione/188472/" target="_blank">l&#8217;aveva fatto Caterina Soffici</a> su Il Fatto Quotidiano, in modo intelligente e coraggioso. Oggi ci prova <a href="http://t.co/eGsCa5bE" target="_blank">Michele Magno su Il Riformista</a>, dicendo fra l&#8217;altro cose che mi stanno a cuore perché chiamano a testimoniare la situazione di chi, come me, lavora nel campo della comunicazione digitale e creativa. Tutto il resto (anche il coro di tweets scandalizzati) è solo fumo negli occhi (per chi li scrive e per chi li legge), perché mentre Monti indicava la luna, tutti se la sono presa ingenuamente con il suo dito.</p>
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		<title>La Giornata della Memoria (fluida e un po&#8217; 2.0)</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 19:57:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Rete e dintorni]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; singolare osservare come nell&#8217;epoca della fluidità della comunicazione, la stessa memoria diventa fluida. Si trasforma. Cambia a volte. Diventa un&#8217;altra cosa da quello che voleva ricordare. Oggi, 27 gennaio, guarda caso, è la Giornata della Memoria. E, guarda caso, &#8230; <a href="http://www.querdenker.it/la-giornata-della-memoria-fluida-e-un-po-2-0/">Leggi tutto <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; singolare osservare come nell&#8217;epoca della fluidità della comunicazione, la stessa <em>memoria</em> diventa fluida. Si trasforma. Cambia a volte. Diventa un&#8217;altra cosa da quello che voleva ricordare. Oggi, 27 gennaio, guarda caso, è la Giornata della Memoria. E, guarda caso, è rispuntata di nuovo una &#8220;famosa&#8221; frase attribuita (falsamente) a Primo Levi, ebreo, scrittore e chimico, sopravvissuto al Campo di sterminio di Monowitz. La frase è questa:</p>
<blockquote><p>«Ognuno è ebreo di qualcuno.Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele»</p></blockquote>
<p>e ovviamente può avere una valenza molto strumentale in relazione al conflitto arabo-palestinese.</p>
<p>Naturalmente, Levi non aveva mai detto niente del genere. Giusto o sbagliato che sia il concetto contenuto in quella frase, rimane un concetto di una superficialità e una retorica lontanissime dall&#8217;approccio di Primo Levi all&#8217;Olocausto (Levi, per esempio, era fermamente convinto dell&#8217;<em>unicità</em> della Shoah).</p>
<p>E&#8217; piuttosto una fase derivata da una &#8220;sostituzione&#8221; conseguita da un&#8217;&#8221;estrapolazione&#8221;. La frase giusta è</p>
<blockquote><p>Perché ognuno è l’ebreo di qualcuno, perché i polacchi sono gli ebrei dei tedeschi e dei russi.</p></blockquote>
<p>e a pronunciarla non è Primo Levi, quanto un personaggio letterario del suo unico romanzo (<em>Se non ora quando?</em>).</p>
<p>Il fatto che sia diventata un&#8217;altra frase, in cui sono stati fatti entrare israeliani e palestinesi, è una di quelle magie della Rete, per cui una citazione mai pronunciata da un autore, può diventare quella più usata per citare lo stesso autore (il meccanismo è spiegato in modo preciso e impeccabile da <a href="http://www.primolevi.it/Web/Italiano/Contenuti/Argon/Il_cammino_di_una_frase" target="_blank">Peppino Ortoleva, su PrimoLevi.it</a>, il sito del Centro Internazionale di Studi Primo Levi). Il bello è che questa frase oggi è ha fatto capolino non solo su Facebook, Twitter, <a href="http://www.libreidee.org/2009/01/primo-levi-ognuno-e-ebreo-di-qualcuno/" target="_blank">blog vari</a>, ma anche in lidi telematici insospettabili (vedi <a href="http://www.lettera43.it/cultura/37856/gli-usi-impropri-della-shoah.htm" target="_blank">un articolo di Lettera43</a>, mentre l&#8217;anno scorso c&#8217;era &#8220;cascato&#8221; <a href="http://www.thefrontpage.it/2011/01/26/ognuno-e-ebreo-di-qualcuno/" target="_blank">The Frontpage</a> di Fabrizio Rondolino e Claudio Velardi).  La <em>memoria</em> 2.0, dicevamo, a volte fa cilecca. Ma forse ci fa comodo così.</p>
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		<title>L&#8217;arte di vincere (e di governare)</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 18:39:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinemando]]></category>
		<category><![CDATA[Politichese]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono svariate ragioni per cui è necessario andare a vedere al cinema Moneyball &#8211; L&#8217;arte di vincere. Una, prettamente cinematografica, è perché è un bel film, scritto in modo assolutamente perfetto da Aaron Sorkin e recitato (nonché prodotto) da &#8230; <a href="http://www.querdenker.it/larte-di-vincere-e-di-governare/">Leggi tutto <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2685" title="Moneyball_4" src="http://www.querdenker.it/wp-content/uploads/2012/01/Moneyball_4-260x385.jpg" alt="" width="260" height="385" />Ci sono svariate ragioni per cui è necessario andare a vedere al cinema <em>Moneyball &#8211; L&#8217;arte di vincere</em>. Una, prettamente cinematografica, è perché è un bel film, scritto in modo assolutamente perfetto da Aaron Sorkin e recitato (nonché prodotto) da un Brad Pitt inusualmente simpatico. Un film che racconta un vero miracolo sportivo, quello della squadra di baseball degli Oakland Athletics che durante la stagione 2002 vinse venti partite consecutive stabilendo un nuovo record nazionale. Tutto qui? No. Perché un&#8217;altra ragione per andarselo a vedere, è che in realtà questo film non parla solo di Baseball ma di un sacco di altre cose. E&#8217; una metafora avvincente del tecnicismo che prevale sull&#8217;istinto. Dei calcoli che hanno meglio sull&#8217;esperienza. E sul gioco di squadra che premia il risultato finale, senza &#8220;spargimento&#8221; inutile di soldi per i super-giocatori, quelli pagati miliardi e che tanto fanno felici i fan. L&#8217;immaginario collegabile a questa filosofia non si ferma al baseball o allo sport, ma, se ci pensate bene, è vastissimo.</p>
<p>Ad esempio, so di essere azzardato, eppure nell&#8217;occhialuto e quasi robotico Peter Brand che arriva a rivoluzionare ogni cosa attraverso la razionalità del computer, io ci vedo pure un novello Mario Monti. E il campionato degli Oakland Athletics quasi una metafora della fase economica e politica che stiamo vivendo qui da noi in Italia (ma in realtà un po&#8217; dappertutto nel mondo). La necessità cioè di superare la crisi a colpi di austerità, con il consenso di tutte le parti sociali (la squadra) e grazie ai calcoli dei &#8220;tecnici&#8221; di governo. Perché per la prima volta ci ritroviamo a fare i conti con qualcosa che non può essere combattuto con l&#8217;esperienza della &#8220;politica classica&#8221; e un po&#8217; spendacciona, ma serve invece una rivoluzione che sappia agire innanzitutto secondo ragione (chiamatela &#8220;tecnocrazia&#8221;, se preferite). E questo anche quando questa &#8220;rivoluzione tecnocratica&#8221; diventa scomoda, poco piacevole per lo <em>status quo</em> e le &#8220;regole del gioco&#8221; con le quali siamo scesi in campo fino ad adesso, confinati dei nostri interessi di parte o dentro trincee privilegiate delle categorie e delle conventicole di ogni sorta. L&#8217;arte di vincere in fondo è anche l&#8217;arte di governare, di vincere la crisi. E in ultima istanza, ci si può anche commuovere: come scappa a un Manager di Baseball che ha scelto la strada più dura (eppure giusta) per arrivare all&#8217;obbiettivo, la lacrimuccia può scappare anche a un ministro del lavoro qualunque. Dall&#8217;altra parte, &#8220;come si fa a non essere sentimentali&#8221; con la politica?</p>
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		<title>Megaupload, l&#8217;anomalia che diventa diritto</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 19:47:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daniele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[megaupload]]></category>

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		<description><![CDATA[ Secondo è necessario fare un po&#8217; di chiarezza, anche rischiando di apparire impopolari. 1) Non riesco proprio a capire il clamore scatenatosi attorno alla chiusura di Megaupload: gli utenti della rete inviperiti, i giornalisti che ne scrivono più o meno approssimativamente &#8230; <a href="http://www.querdenker.it/parlando-di-megaupload/">Leggi tutto <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="wp-image-2399 aligncenter" title="O_1000_680_680_DAB1356-20120120.jpg6942443716823202977" src="http://www.querdenker.it/wp-content/uploads/2012/01/O_1000_680_680_DAB1356-20120120.jpg6942443716823202977.jpg" alt="" width="1000" height="576" /></p>
<p> Secondo è necessario fare un po&#8217; di chiarezza, anche rischiando di apparire impopolari.</p>
<p>1) Non riesco proprio a capire il clamore scatenatosi attorno alla chiusura di Megaupload: gli utenti della rete inviperiti, i giornalisti che ne scrivono più o meno approssimativamente (<a href="http://www.mantellini.it/?p=17497&amp;utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+mantellini%2Ffeed+%28manteblog%29" target="_blank">oggi Piccinini su Il Manifesto</a>, le spara grosse), la reazione spropositata di Anonymous decide la più grande rappresaglia digitale di tutti i tempi. Soprattutto non riesco a capire il tentativo di considerare Megaupload/Megavideo un baluardo della Rete libera e democratica. Chi bazzica la rete da un po&#8217; di tempo sa che Megaupload aveva i giorni contati. Per tante ragioni, non ultima quella di lucrare in modo eccessivo sui contenuti video (e soprattutto usare quegli stessi soldi per finanziare la pirateria). Chi bazzica la rete da un po&#8217; sa anche che il simpatico Kim Schmitz, dipinto ingenuamente come una sorta di &#8220;matrixiano&#8221; Neo in sovrappeso, è tutt&#8217;altro che un libertario digitale che lotta per una Rete migliore. E&#8217; piuttosto un gran furbone che con qualche idea al limite della legalità si è costruito un impero di case, macchine, belle donne (vi ricorda qualcuno? A me si) e che ha sottratto per il suo piccolo impero il 4% della banda che usa l&#8217;intero World Wide Web del pianeta terra. La sua era un&#8217;autocrazia digitale bella e buona, ed è giusto dirlo: Megavideo non era solo un&#8217;anomalia, ma era un impero lucroso fondato su un&#8217;anomalia. I siti-copia di Megaupload (e ce ne sono tanti in giro), sono anch&#8217;essi delle anomalie &#8220;tollerate&#8221;, ma non rischiano la stessa sorte. Per non parlare di Torrent. So stay positive.</p>
<p>2) Ora, noi siamo un popolo buffo, noi della rete intendo. Perché con il tempo abbiamo pensato che la Rete fosse diventata un territorio franco, un mondo altro da quello reale, con tutte le regole (o non-regole) di una legislazione speciale. Abbiamo pensato che la rete fosse un bus dove non passa mai il controllore. Perché fare il biglietto? Poteva essere così agli arbori del Web, quando sul bus eravamo veramente in pochi. Ma quando le connessioni virtuali tendono ad esplodere, e il bus incomincia a riempirsi, beh diventa tutto un altro discorso. Abbiamo iniziato ad usare Megaupload pensando che fosse un diritto inalienabile quando invece era (e lo sapevamo tutti) un&#8217;anomalia, un&#8217;eccezione, un lusso. Nonostante questo, con il tempo, ci siamo concessi questo lusso e lo abbiamo assorbito come fosse un diritto, non tanto perché aveva solide basi politiche o etiche, quanto perché ne facevamo uso. Perché era semplice, comodo e gratuito: per guardarsi l&#8217;ultimo film di Clooney bastavano due click e al massimo un riavvio del modem. Poi arriva l&#8217;FBI, chiude la giostra e ci scandalizziamo. Proprio come quando un comune cittadino smette di fare il biglietto per il bus perché tanto sa che non sale mai su il controllore. Quando invece sale (incredibile, ma può succedere) e ci becca senza biglietto, ecco che non ci sentiamo in colpa per non averlo fatto, ma invece, abituati a non farlo mai, ci arrabbiamo perché qualcuno ci ricorda il principio che niente è gratis. Confondiamo l&#8217;eccezione con l&#8217;abitudine di non pagare. Trasformiamo l&#8217;anomalia in un diritto. E quando questo presunto diritto ci viene tolto, ci sentiamo il dovere di scatenarci contro il controllore di turno. Badate bene: non si tratta di un discorso etico sulla pirateria. Su questo ognuno può pensarla come vuole. Si tratta invece di usare il buonsenso ed ammettere che questo &#8220;diritto&#8221;, scaricare o guardarsi gratis i film, semplicemente non esisteva. Nè tantomeno può esistere tanto clamore attorno alla chiusura di un&#8217;anomalia.</p>
<p>3) Pensare che quello che è successo a Megaupload sia collegato con il SOPA (che fra l&#8217;altro, è <a href="http://www.ilpost.it/2012/01/20/sopa-e-pipa-non-ci-sono-piu/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+ilpost+%28Il+Post+-+HP%29" target="_blank">naufragato proprio oggi</a>) è una vaccata, perché la libertà di espressione in rete qui non c&#8217;entra proprio niente. Pensare che quello che è successo sia stato suggerito dai BlockBusters in fallimento è ugualmente una vaccata, perché non c&#8217;è operazione dell&#8217;FBI che può cambiare le tendenze tecnologiche, che sono orientate sempre di più verso la fruizione digitale e immateriale dei contenuti multimediali. Pensare invece che quello che sia successo sia collegato alle pressioni di alcune Major è fin troppo ovvio ma non del tutto vero. Certo: a causa (non solo) di Megaupload, stiamo dando per scontato l&#8217;esistenza di un&#8217;industria cinematografica che continua a produrre film da svariati milioni di dollari senza che nessuno paghi per vederli, e tutto ciò è molto ingenuo. Ma non è questa la preoccupazione principale per le Major. Le vere minacce si chiamano NetFlix e Hulu, portali che consentono, a modici prezzi, lo streaming e l&#8217;on-demand di contenuti video legali e perfino originali. Qui da noi in Italia sono solo ancora un miraggio, ma nelle stesse ore in cui i G-Men chiudevano Megaupload, <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&amp;ID_articolo=9957&amp;ID_sezione=38" target="_blank">Netflix apriva in Inghilterra e in Irlanda</a>, con grande dispiacere delle grandi case di distribuzione. La vera #primaguerradigitale si combatte su quel campo, e non sono gli smanettoni di Anonymous a farla, ma degli innovatori che si battono per la libera fruizione dei contenuti video in rete (pagando un biglietto, of course). E non solo: si battono anche per la produzione di contenuti video originali per il web, la vera spada di Damocle appesa sopra la testa delle Major di Hollywood.  Pensare che invece fosse Megaupload la spina dorsale della spinta innovatrice del web è, oltre che molto ingenuo, anche un po&#8217; ridicolo.</p>
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