Quando tutto sembra inesorabilmente perduto e ci si è arresi ormai a considerare la televisione come un soprammobile soltanto un po’ più ingrombrante di altri, ecco che spunta in seconda serata (quasi terza) una trasmissione che rincuora anche i più arcigni tele-scettici della penisola (compreso il sottoscritto). Sarà perché è condotta direttamente dai tasti bianchi e neri di un pianoforte e da due persone che conduttori televisivi non lo sono mai stati. Sarà che è un’improvvisazione continua e costante che contamina musica colta, Jazz anni ’30, Brodway, canzonetta napoletana, Beatles e Donatella Rettore, con quell’alone nero sovrapposto all’immagine che ci proietta quasi in una cantina di Tin Pan Alley. Sarà che è un ibrido piacevolissimo, totalmente anticonvenzionale e antitelevisivo, fra musica raccontata e suonata, didattica e disimpegno, sacro e profano, con il geniale istrionismo di Bollani che riesce a “spiegare” sinfonie e modi musicali senza annoiare. Sarà tutto questo o anche altro: quello che è certo è che accendere un elettrodomestico e veder eseguito il Bolero di Ravel è una sorpresa così piacevole che ci fa dimenticare che stiamo guardando l’”odiata” televisione. E, perfavore, non venite a dirmi che era meglio la Dandini.
Televisione ed altri soprammobili inutili
Le colpe di Report e le colpe della rete

Della puntata di Report su Internet di domenica scorsa se ne sta discutendo un po’ dappertutto, blog, forum, quotidiani online e naturalmente sui Social Network. Ieri la Gabanelli ha risposto alle critiche e immediatamente Matteo Bordone ha replicato su Wired. Sempre ieri fa Stefania Rimini, autrice dell’inchiesta, ha risposto di nuovo dicendo la sua (anche in modo abbastanza provocatorio). Leggi tutto
Dov’è Goldrake quando serve?
Sarà forse uno stereotipo come afferma Stefanelli sul Post, ma è innegabile che quando oggi si parla del Giappone devastato dal terremoto e dalle minacce di autodistruzione nucleare la mente non può che andare ai Manga. Dall’altra parte ricordo che la prima parola straniera che intuivo di aver imparato era つづく (che si pronuncia tsuzuku, una sorta di “continua…”) e che compariva nella parte bassa dello schermo sulle scene finali della maggior parte degli Anime robotici e non. Ecco, mio padre è cresciuto con il mito degli americani. L’American way of life, Hollywood, la cioccolata post-conflitto e tutto il resto. Io, che invece ho attraversato il rincoglionimento generalizzato degli anni ’80, sono cresciuto con il mito dei giapponesi. Il Giappone, e non gli USA, erano l’epicentro del mondo, il paese guida, la potenza militare e tecnologica. E di questo fatto per noi bambini erano testimoni appunto i Cartoni Animati: se qualche mostruoso alieno si metteva in testa di invadere la terra (iniziando dal Giappone) bastava fare un fischio a Goldrake, Jeeg Robot, Daitarn 3 o al Grande Mazinga (oppue a suo cugino, Mazinga Z). Era una fase inconsapevole dell’infanzia, eppure ha seminato delle convizioni difficili da sdraricare. Inutile dire che in questi giorni il Giappone terremotato mi riporta inevitabilmente a quella dimensione (se sia uno stereotipo o no, non sta a me dirlo, è così e basta). “Goldrake, stavolta l’attacco non verrà dal cielo proverrà dalla terra!” gongolava minacciosamente il comandante Beetle in una delle più belle puntate della serie (nella quale stava archittetando proprio un terremoto). Senza esagerazioni nippo-nerd (come questa, una lista dove si aggiornano le condizioni di salute dei fumettisti dopo il sisma), per me e per molti altri della mia generazione l’immagine dei giapponesi in ginocchio è innanzitutto la fine dell’invunerabilità sognante di un immaginario infantile. Un po’ come quando si scopre che Babbo Natale non è mai esistito.
Per un approndimento fra Manga/Anime e terremoto giapponese vi segnalo anche questo.
E dopo Mike, morì anche la sua coscienza

Un cerchio si è chiuso: con la morte di Mike Bongiorno si è gridato alla morte della TV generalista. Sei mesi dopo se ne va anche forse l’ultimo grande critico di quella stagione, Beniamino Placido.
Un uomo d’altri tempi, di quando ad analizzare le dinamiche catodiche e le sue evocazioni erano proprio letterati e giornalisti, che assumevano il compito di giudicare il palinsesto TV con lo stesso distacco intellettuale di come si poteva recensire una stagione teatrale. La televisione era così concepita allora: una protesi del teatro o del cinema, capace di contenere simbolicamente dei significati artistici e sociologici. Gli atteggiamenti dei presentatori TV, delle vallette e degli stessi italiani che si ammassavano al bar sotto casa per seguire Lascia o Raddoppia, erano giudicati con professionismo, a volte sbeffeggiati, ma sempre all’interno di una materialità dello spettacolo televisivo, oculatamente analizzato nei suoi contenuti, nelle immagini e nel linguaggio.
Oggi la TV è ormai saccheggiata dal dilettantismo, dal vuoto etico ed artistico, dal trash e dal gossip. Non è più sufficiente un Placido, o un Campanile, o un Bianciardi o perfino un Pasolini per metterla alla berlina: essa stessa si sottrae al terreno del confronto, si autoleggittima e produce nel proprio circuito i “nuovi critici”, più salottieri, meno indignati, integrati e integralisti, che non guardano ai contenuti di un programma, alla sua identità collettiva specchio di un paese, ma ai suoi dati auditel del giorno dopo. E i grandi intellettuali della cultura d’opposizione nemmeno più cercano di definire i confini dello strumento televisivo come avrebbe (aveva) fatto Pasolini, ormai lo hanno assorbito (o ignorato, che è la stessa cosa) come una cucina fa con un frigorifero. Oppure, se è davvero all’avanguardia, il grande intellettuale italiano (o presunto tale) se ne apre una lui di TV, come Grillo con Youtube.
Ironia della sorte, proprio in questi giorni precedenti alla scomparsa di Placido, è uscito un saggio di Nanni Del Becchi sulla critica televisiva italiana, La coscienza di Mike, che parla proprio di Beniamino Placido, Luciando Bianciardi, Oreste Del Buono, Achille Campanile, Giancarlo Fusco e il più recente Aldo Grasso (che però, come sottolinea Del Becchi è un’altra cosa). Qui c’è un’ottima recensione di Alberto Pezzini del libro di Del Becchi. Un riflesso potentissimo e malinconico di un’elitè culturale di cui sentiamo, ogni giorno di più, un disperato bisogno.