Apparentemente viviamo in un paese stranissimo. Appena quarant’anni fa, alcuni giovani (in realtà molti di più di quelli che si pensa) si ribellavano all’orizzonte del posto fisso e al destino che era toccato ai loro padri. Parlavano di fine del lavoro, di precariato volontario, del posto fisso in fabbrica o in banca come prigione della creatività. Non era una rivolta generazionale, piuttosto una presa di coscienza che i tempi stavano cambiando e, se non loro, almeno i loro figli avrebbero avuto la possibilità di avere il coltello dalla parte del manico: avrebbero cioè potuto vivere senza “lavorare”. Lavorare da un punto di vista produttivo, beninteso, non senza creare o inventare, ed essere pagati per farlo, ma liberandosi del pesante fardello di sacrificare una vita a un lavoro estraneo a quella vita stessa.
Oggi, i loro figli, quelli che avrebbero dovuto avere il coltello dalla parte del manico, covano invece senza pudore il desiderio del posto fisso e di fare un lavoro che servi giusto a vivere bene e farsi una famiglia. Se provi a parlare di lavoro come realizzazione delle proprie passioni, anche sacrificando la stabilità del posto fisso, beh ti guardano tutti come un cretino, se va bene, o come un reazionario se questo discorso provi a farlo anche a sinistra, lì dove l’etica del lavoro e del posto fisso (magari statale, eh) non è mai morta. Ecco perché questo può apparire un paese strano e paradossale: sembra che (alcuni, tanti) giovani siano diventati più vecchi, culturalmente, dei loro padri. O almeno sembrano covare gli stessi obbiettivi sociali dei loro nonni.
A parte questa osservazione, credo che sarebbe necessario andare oltre tanta retorica giovanilistica (che non è mi è mai piaciuta) e oltre un’etica del lavoro che santifica il posto fisso (che pure non è mi è mai piaciuta), per leggere con la dovuta onestà intellettuale le parole di Monti sul posto fisso. E magari scoprire che il problema del mercato del lavoro in Italia non è tanto la mancanza del posto fisso (o mobile che sia), ma piuttosto la mancanza di meritocrazia e di opportunità per i più giovani. Ieri l’aveva fatto Caterina Soffici su Il Fatto Quotidiano, in modo intelligente e coraggioso. Oggi ci prova Michele Magno su Il Riformista, dicendo fra l’altro cose che mi stanno a cuore perché chiamano a testimoniare la situazione di chi, come me, lavora nel campo della comunicazione digitale e creativa. Tutto il resto (anche il coro di tweets scandalizzati) è solo fumo negli occhi (per chi li scrive e per chi li legge), perché mentre Monti indicava la luna, tutti se la sono presa ingenuamente con il suo dito.
