
Non è facile descrivere la sensazione nell’aver visto Cesare deve morire dei fratelli Taviani a Berlino, premiato ieri con l’Orso d’Oro. Non solo averlo visto, ma averlo assoporato minuto dopo minuto in una platea internazionale, aver percepito gli sguardi dei tedeschi, francesi e spagnoli seduti intorno a me e ipnotizzati da una lezione altissima di cinema come non si vedeva da tempo. Sarebbe fin troppo facile dire che sono stato un fortunato testimone della riscossa di un’altra Italia, quella così lontana dal baraccone sanremese e dai capitani che fuggono dalle navi che stanno affondando. Eppure, ne sono consapevole, è stato proprio così.
Il film è un docu-fiction in un bianco e nero d’altri tempi ambientato nel carcere di massima sicurezza di Rebibbia e interpretato da detenuti che per l’occasione diventano attori e recitano il “Giulo Cesare” di Shakespeare. I loro non sono i visi puliti ed attraenti degli attori belli e maledetti di Romanzo Criminale. Gli attori del Cesare dei Taviani sono solo maledetti. Gli sguardi sono truci, scavati, vissuti da i tanti errori commessi nella loro vita. Sono stati mafiosi, camorristi, trafficanti di droga, assassini. Alcuni di loro sono sotto il 41 bis, istituzione intoccabile anche per i benpensanti di sinistra, quelli che hanno fatto di Saviano il loro nuovo predicatore quotidiano. Sono dunque in qualche modo figli di quell’Italia degli errori (ed orrori) che però ritrovano una nuova vita nell’arte, in un dramma shakesperiano che riflette interamente la loro condizione di pedine in mano al potere criminale e mafioso. Sono quelli che grazie all’occasione di raccontare attraverso il cinema la storia di Giulio Cesare, hanno capito che la loro cella è una prigione.
Dopotutto, e questo l’ho capito, noi Italiani non siamo capaci di nasconderci dietro immagini eroiche, senza macchia, pure e caste. Cadiamo nel ridicolo quando cerchiamo di farlo. Non siamo credibili. Piuttosto ci innalziamo quando parliamo di quante cose meravigliose possono nascere dai nostri errori (e ne facciamo tanti). Ecco, Cesare deve morire, in fondo sintetizza bene questo aspetto. Perché oltre ad essere un film che costruisce un affresco incredibile nel crocevia fra cinema neorealista, teatro e vita, è un’opera che parla anche di un’Italia profonda, sotterranea, capace di commuovere per la propria impurità e per la propria imperfezione.
Forse è proprio così. In un momento storico in cui il nostro paese tenta di liberarsi da un’immagine internazionale disastrosa è necessario ripartire a raccontarlo nel profondo, anche quello scomodo, delle carceri italiane, come fosse un pasoliniano “paese dentro il paese”. E forse, come c’era riuscito Pietro Marcello con La Bocca del lupo, anche i fratelli Taviani hanno capito che il cinema italiano si innalza solo dai bassifondi, dalle realtà invisibili, dagli ultimi della società. Dall’altra parte, Sandro Pertini, che gli italiani li conosceva bene, diceva spesso ad alcuni politici dell’epoca
“non disprezzate i galeotti, perché tra loro c’è sicuramente qualcuno migliore di voi”
Ecco, io non so se i detenuti di Cesare deve morire, sono migliori di tanti altri italiani. Se sono migliori di Schettino, se sono migliori di Morandi e Celentano, se sono migliori di Travaglio e Santoro. Ma so che grazie a loro, per la prima volta, mi sono sentito felice di appartenere ad un popolo così tanto imperfetto quanto capace di cose meravigliose. Come questo film.



