Dietro la collina

Non tanto per la canzone, quanto per la location fuori dal comune. Emissioni zero ed una cornice che sembra proprio quella di un quadro.

La buona televisione è un’improvvisazione Jazz

Quando tutto sembra inesorabilmente perduto e ci si è arresi ormai a considerare la televisione come un soprammobile soltanto un po’ più ingrombrante di altri, ecco che spunta in seconda serata (quasi terza) una trasmissione che rincuora anche i più arcigni tele-scettici della penisola (compreso il sottoscritto). Sarà perché è condotta direttamente dai tasti bianchi e neri di un pianoforte e da due persone che conduttori televisivi non lo sono mai stati. Sarà che è un’improvvisazione continua e costante che contamina musica colta, Jazz anni ’30, Brodway, canzonetta napoletana, Beatles e Donatella Rettore, con quell’alone nero sovrapposto all’immagine che ci proietta quasi in una cantina di Tin Pan Alley. Sarà che è un ibrido piacevolissimo, totalmente anticonvenzionale e antitelevisivo, fra musica raccontata e suonata, didattica e disimpegno, sacro e profano, con il geniale istrionismo di Bollani che riesce a “spiegare” sinfonie e modi musicali senza annoiare. Sarà tutto questo o anche altro: quello che è certo è che accendere un elettrodomestico e veder eseguito il Bolero di Ravel è una sorpresa così piacevole che ci fa dimenticare che stiamo guardando l’”odiata” televisione. E, perfavore, non venite a dirmi che era meglio la Dandini.

Rivoglio le mie rockstar morte

Non so se Amy Winehouse può essere paragonata a Janis Joplin come molti si azzardono a dire. Sento che però in mezzo all’esercito un po’ patinato di artisti costruiti a tavolino e di tante popstar che fingono di “stare male” quando in realtà stanno benissimo (come i protagonisti dei film di Muccino, per intenderci), la sua vicenda ci consegna uno spaccato preziossimo, forse l’ultimo, di una cantante tanto brava quanto tragicamente vera, lontana da essere stata una creatura di qualche geniaccio del marketing (che poi qualcuno abbia sfruttato mediaticamente i suoi eccessi da “artista maledetta”, è un altro paio di maniche). Per dirla con Bill Hicks, “non mi frega se sono morti in una pozza del loro loro vomito, io voglio qualcuno che canti con il suo cazzo di cuore”. E questo, con buona pace dei moralisti, ad Amy Winehouse riusciva benissimo.

Dieci canzoni di Dylan per arrivare (bene) ai 70

Bob Dylan oggi fa 70 anni. Io che dylaniano lo sono stato, lo sono e continuerò ad esserlo (anche quando il buon Robert sarà cibo per i vermi) credo che il miglior modo di festeggiarlo sia quello di elencare dieci sue canzoni che parlano del tempo che passa, di invecchiamento fisico e spirituale, di occasioni perse o forse soltanto non viste, di rimorsi e magari di qualche rimpianto. Leggi tutto

Il primo disco (mai pubblicato) degli Smiths

La storia di The Tate Troy Sessions è ormai leggenda tra gli appassionati degli Smiths. Nell’estate del 1983 il gruppo aveva registrato 14 canzoni con il produttore Troy Tate di cui 13 avrebbero dovuto diventare il loro album di debutto, apparentemente dal titolo The Hand That Rocks The Cradle. Per una  produzione del suono ritenuta scarsa e non pubblicabile non se ne fece niente e finì in qualche cassetto. Il primo album ufficiale degli Smiths diventerà invece l’omonimo “The Smiths” qualche anno più tardi.

Ma quasi come un feticcio  “Il Troy Tate Sessions” è spuntato di nuovo, qua e là negli anni, in vari formati bootleg decisamente ruvidi (e inascoltabili). Qualche giorno fa la piacevole sorpresa: qualcuno ha messo in rete un nuovo set di Troy Tate, mixato davvero bene, dove il suono risulta finalmente chiaro e pulito. La cosa più interessante è che tra i nuovi mix c’è perfino una versione inedita di “Accept Yourself” con Morrissey che urla in falsetto. Tutto molto bello. La registrazione è stata resa disponibile tramite qualcuno di nome ‘Soundsville Paul’ (rendiamo grazie a lui) su smithstorrents.co.uk, e successivamente rimasterizzato dal blog Extra Track. La si può ascoltare qui.